A lungo ci si è interrogati su come e qualmente potesse presentarsi la morfologia di un romanzo globale, o romanzo della globalizzazione, o romanzo mondiale ecc. A lungo si sono confrontati due partiti – quello nuovista che inneggiava all’ingresso dei barbari nel vecchio Tempio della Letteratura, e quello conservatore, filomodernista ed elitario che si proponeva come custode dei valori della Parola e della Forma. A lungo ci si è affrontati in duello per capire se la globalizzazione (no logo!) fosse una grande fetenzìa o l’avvento di un’alba digitale. Ma mentre tutto ciò accadeva, gli scrittori scrivevano, e i lettori imponevano i propri gusti riscrivendo gli scrittori. Invece di mettersi a studiare questo pianeta mai prima avvistato, dove le narrazioni sono territori a statuto speciale e plessi argomentativi diversamente lucidi, la comunità scientifica si attardava a delibare canoni e realismi. Quel che stava cambiando era invece la narratività, un luogo in cui storie autobiografiche, stili cognitivi, life stories e finzioni narrative si mescolavano sino a una finale, salutare, esuberante indistinzione.

La lunga stagione novecentesca, riassumibile sul terreno della letteratura con l’etichetta di postmodernismo e testimoniata da romanzi d’insuperabile – benché algida – intelligenza, portò a una brusca contrazione delle quote di mercato del romanzo: mentre si celebrava l’apoteosi del lettore-modello come autore di secondo grado, il lettore reale cominciava a scomparire o a rivolgersi ad altre modalità narrative, in particolare cinematografiche e televisive. Il nome della rosa (1980) di Umberto Eco chiude, da un lato, la grande stagione del postmodernismo e, dall’altro, con il suo rimarchevole successo, apre un periodo di crescita degli utili del romanzo sul mercato mondiale della lettura. È da quel momento che nasce il romanzo nella sua attuale configurazione, benché negli ultimi anni si siano avuti ulteriori, fervidi mutamenti: è possibile intanto battezzare global novel (romanzo della globalizzazione) la nuova morfologia assunta dal narrare a partire dagli anni Ottanta del XX secolo sul modello di un testo anticipatore e straordinario come Cien años de soledad (1967; trad. it. Cent’anni di solitudine, 1968) di Gabriel García Márquez.

Il punto di svolta è stato determinato da fattori diversi, accentuatisi in questi primi anni del XXI secolo, a cominciare dalla rivoluzione informatica e dalla costituzione di reti comunicative mondiali dove la simultaneità tra emittente e ricevente ha reso obsoleto il concetto stesso di distanza geografica e ha abbattuto drasticamente i tempi di trasmissione dei testi. Entro il perimetro di questa ecumene di nuova generazione hanno cominciato a formarsi aree culturali necessariamente più ampie di quelle sperimentate dagli Stati nazionali, con una netta disgiunzione dei processi attraverso cui l’io acquisisce un’identità da quelli attraverso cui un territorio produce meccanismi identitari e permanenze culturali – in una parola, un folklore. Il colossale flusso transnazionale tuttora in corso, la deterritorializzazione di intere popolazioni da un continente all’altro hanno per così dire obbligato il romanzo a farsi carico della descrizione di questi nuovi luoghi multietnici e, insieme, a creare un modello che renda immuni contro i pericoli di destabilizzazione delle strutture identitarie grazie a narrazioni meno legate a tradizioni letterarie nazionali, a sceneggiature esistenziali più flessibili e riutilizzabili, a intrecci in cui ad agire non è il “personaggio”, sovrano assoluto del romanzo dell’Ottocento con le sue singolarità irriducibili, la sua memoria individuale e i suoi desideri più riposti, ma intere équipes di personaggi correlati tra loro – come già avveniva nel capolavoro di Màrquez, storia non di un singolo individuo ma di un’intera genealogia familiare.

È da questa inedita miscela di stili di vita, tradizioni culturali e sostrati etnici che è derivato il recente assestamento del romanzo – al quale spetta da sempre il compito, è bene ricordare, di rinegoziare la memoria sociale –, a cominciare dalla semplice anagrafe dei narratori di maggiore successo (Julio Cortázar, Mario Vargas Llosa, Carlos Fuentes ecc.). Non si tratta nemmeno più – come per Salman Rushdie, scrittore indiano di lingua inglese che ha studiato a Oxford, ha vissuto a lungo a Londra e infine è approdato a New York – di teorizzare la necessità di allontanarsi dai luoghi della propria infanzia, poiché in una cultura globalizzata la nostra autentica dimora è ovunque e in ogni luogo, fuorché dove abbiamo incominciato, come ha affermato lo stesso Rushdie; né costituisce ormai un segno di novità l’idea che si possa annettere alla forma-romanzo qualcosa solo allorché la si osservi con lo sguardo straniato dell’esule – come ha scritto Isabel Allende nel suo racconto autobiografico Mi país inventado (2003; trad. it. Il mio paese inventato, 2003).

Le tipologie narratoriali e il modo in cui i cronotopi si stanno unificando a livello mondiale, l’imporsi di scrittori che sfruttano una platea globale per circondarsi di fanfictioners e trasformarsi in brand-name del tutto appetibili per l’industria editoriale, la genesi straordinariamente coesa e isomorfa di intrecci e personaggi che tendono sempre e comunque all’immersività, alla serializzazione, all’intersemiosi sia nelle narrazioni verbali sia in quelle filmiche e soprattutto televisive, il diffondersi pervasivo del fantasy quale stile della globalizzazione che ha sostituito il vecchio realismo magico di origine latino-americana e infine l’apparizione ubiquitaria e decisiva di graphic novel.

Per approfondire:

Calabrese S. (2021), Ove si dimostra che il transmedia storytelling è il pronipote dell’intertestualità, in “Moderna”, 13(1-2), pp. 37-48.

Calabrese S. (a cura di) (2016), Narrare al tempo della globalizzazione, Carocci, Roma.

Calabrese S. (2015), Anatomia del best seller: Come sono fatti i romanzi di successo, Roma-Bari, Laterza.

Calabrese S. (2014), Romanzi in realtà aumentata, in “Between”, 4(8), pp. 1-26.

Calabrese S. (2009), Il romanzo della globalizzazione, in T. Gregory (a cura di), Comunicare e rappresentare, Roma, Istituto Enciclopedico Italiano Treccani, pp. 417-425.

Calabrese S. (2005), Www.letteratura.global. Il romanzo dopo il postmoderno, Torino, Einaudi.

Calabrese S., Conti V. (2019), Che cos’è una fanfiction, Milano, Carocci.

Calabrese S., Conti V. (2018), Seriale/transmediale: il caso delle fanfiction, in “Testo a Fronte”, 59, pp. 47-62.

Calabrese S., Conti V. (2017), Malvagità e estetica: teorie recenti, in “E/C”, numero monografico n. 20 – Semio-etica del Rough Hero, pp. 1-9.

Calabrese S., D’Aronco M.M. (a cura di) (2005), I nonluoghi in letteratura. Globalizzazione e immaginario territoriale, Roma, Carocci.

Calabrese S., Rossi R. (2015), Dan Brown: Narrative Tourism and “Time Packaging”, in “International Journal of Language and Linguistics”, 2(2), pp. 30-38.

Calabrese S., Rossi R. (2015), Dan Brown: Morphology of a Bestsellersaurus, in “Enthymema”, 12, pp. 426-439.

Calabrese S., Rossi R., Vila T., Uboldi S., Zagaglia E. (2014), Hot cognition: come funziona il romanzo della globalizzazione, in “Ticontre”, 2, pp. 123-146.